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Non una Quinta qualsiasi

  • Immagine del redattore: Carlotta Petruccioli
    Carlotta Petruccioli
  • 14 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Seduta in un’aula universitaria, in attesa dello scadere del quarto d’ora accademico, alzo lo sguardo e vedo, tatuate sulla nuca di una ragazza qualche fila più avanti, un paio di battute davvero famigliari. Come mi succede sempre, non appena le vedo ne sento risuonare una buona approssimazione nella mi testa. È senz’altro l’inizio della Quinta.

Per ogni musicista e per ogni appassionato, si chiama così, semplicemente la Quinta. Come Elvis, Mina, Prince, Cher, Adele. O ancora, Michelangelo, Raffaello, Leonardo…insomma come tutto ciò che è realmente iconico, non ha bisogno di ulteriori specificazioni.


Ma perché la Quinta non ha bisogno di un cognome? E perché una ragazza di 25 anni dovrebbe averne tatuate le prime battute sulla nuca?


La quinta sinfonia in do minore di Beethoven (o quantomeno il suo attacco) non è solamente uno dei brani più noti della storia della musica occidentale, complice la famosa sigla di apertura di Radio Londra, ma ha anche avuto un profondissimo impatto estetico sulla nostra cultura. Ma andiamo con ordine.


L’opera


Composta tra il 1804 e il 1808 (quanta differenza in questo aspetto da Mozart, che avevamo visto qui scrivere tutte le sue più importanti sinfonie in 45 giorni circa!), questa sinfonia venne presentata in un concerto nel 1808 insieme ad altre novità assolute, tra cui la sua sorella minore, la Sesta Sinfonia (lei, purtroppo, anche se notissima, ha bisogno di un cognome, per distinguerla dalla Patetica di Čajkovskij, altrettanto nota).


La sinfonia in do minore è, spesso, considerata la più paradigmatica tra le nove sinfonie, grazie in parte alle caratteristiche intrinseche dell’opera e in parte all’immaginario titanico, eroico, romantico che si è costruito attorno al compositore nei secoli. 


Se nella sinfonia Eroica Beethoven aveva inaugurato il fatto che i movimenti fossero coerenti tra loro, nella Quinta la coerenza si trasforma in una visione completamente unitaria, un vero e proprio racconto che vede i suoni tradursi in un progetto ideale ed emotivo, rivolto ad un pubblico universale. Eccolo qui il senso profondo del sinfonismo beethoveniano. Il fatto che, poi, questo si sia ammantato di un’atmosfera drammatica e, a tratti, mitica, è stato decisivo per garantire alla sinfonia la notorietà tra i romantici e ancora oggi, tra noi orgogliosi e felici eredi nel romanticismo.


Il primo movimento, il più noto al grande pubblico, rappresenta un perfetto esempio di forma sonata (per una piccola introduzione leggi qui!) e della dialettica due temi o idee musicali contrastanti. Beethoven, inoltre, mette in luce una delle sue più notevoli caratteristiche compositive: la capacità di costruire un andamento assolutamente necessario dei momenti musicali, in cui tutto è esattamente una conseguenza logica e inevitabile di ciò che è avvenuto prima. Inoltre, mai si era visto prima un movimento sinfonico che così pregnantemente fosse in grado di unire idea ritmica e idea tematica, caratteristica che non poteva che far presagire la fortuna che avrebbero avuto quelle famose prime battute, ancora oggi considerate degne di essere tatuate.


Il secondo movimento, Andante con moto, è un semplice tema con variazioni, che però non ha la funzione di stemperare la tensione, ma piuttosto di mantenerne accese le braci, come evidenziato dalla fanfara degli ottoni. In questa pagina riscontriamo il lato classico di quel periodo classico-romantico a cui apparteneva il compositore, che sembra quasi mettere in musica delle reminiscenze delle eleganti atmosfere mozartiane.


Il terzo movimento, definito solo Allegro e non più Scherzo, torna all’inciso iniziale, variato ritmicamente. L’atmosfera fosca e tormentata prende nuovamente il sopravvento, perdendo qui una sfumatura fatalistica ancora più evidente, che sfocia in un fugato tipicamente beethoveniano.


Per la prima volta in una sinfonia di Beethoven, gli ultimi due movimenti sono legati da un breve episodio di collegamento che accumula la tensione sempre più, fino a sfociare nel trionfante finale, che risolve ogni conflitto e ogni tensione, in una visione profondamente ottimista tipica del compositore. I due temi della forma sonata qui non sono più in opposizione, ma piuttosto felicemente complementari, con un breve ritorno dell’inciso del terzo movimento a ricordare all’ascoltatore le fatiche del passato. L’energia così accumulata lungo tutta la sinfonia arriva a sfogarsi completamente nell’ossessiva ripetizione degli accordi che ne costituiscono la coda, che, ridendo, hanno fatto dire a molti che Beethoven sapeva senz’altro iniziare una sinfonia, ma forse non finirla. In realtà anche queste battute ci sembrano profondamente necessarie, un meritato addio ad ogni tormento e fatica.


Ma…cosa ci racconta la Quinta?


È il destino che bussa alla porta” disse Beethoven a Schindler. La sinfonia, in effetti, sembra parlarci della costante lotta dell’umanità contro il proprio drammatico destino, una lotta eroica in nome della luce e della ragione, che nell’ultimo movimento, grazie proprio a quei famosi accordi ripetuti, trionfa definitivamente sulle tenebre, sul pregiudizio, sull’ignoranza, su un destino cieco, crudele e senza volto che schiaccia l’essere umano.


Come scrive la Professoressa Claudia Colombati (1983) la musica è un’arte ontologicamente libera, libera in virtù della sua poca trasparenza, della sua intraducibilità intrinseca.


Seguendo la scuola del Professor Gabriele Piana e, poi, Carlo Serra, potremmo dire che la libertà della musica è data dal suo costante muoversi su un piano configurativo, mai realmente raffigurativo.


La musica non può fissare un'immagine, nemmeno la musica definita come descrittiva, ma sempre solo prestarsi a una infinita pluralità di interpretazioni, quasi come se restituisse direttamente un’esperienza, scavalcando l’oggetto che quell’esperienza ha prodotto.


E.T.A. Hoffman intravede nel suo svolgersi un innalzamento “al regno infinito degli spiriti”, un raggiungimento, attraverso la musica, del Nirvana, come descritto da Schopenhauer, il brano che per eccellenza porta alla liberazione.


Ebbene, la Quinta è la traduzione sonora dell’esperienza stessa della libertà.

 

Conclusioni


Non so, dunque, esattamente cos’abbia portato la mia collega a tatuarsi le prime due battute della Quinta, la mia timidezza mi ha impedito di chiederlo, ma mi piace pensare che non sia solo per la notorietà e l’iconicità del brano, e nemmeno per l’idea della sconfitta del destino e delle tenebre dell’ignoranza, ma che volesse essere un constante memento dell’esperienza, della sensazione della libertà.

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