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Schubert e Mozart: il teatro e il doppio

  • Immagine del redattore: Carlotta Petruccioli
    Carlotta Petruccioli
  • 14 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Se c’è un ambito poco noto al grande pubblico della produzione di Schubert è quello teatrale, probabilmente perché si occupò di Singspiel, il tipo di opera alla tedesca (per approfondimento visitare l’articolo dedicato) che aveva visto capolavori come il Flauto Magico di Mozart, ma che di lì a poco si sarebbe sostanzialmente spento. I Singspiel mozartiani entrarono facilmente in repertorio grazie alla preponderanza di numeri musicali su quelli recitati, alle trame avvincenti e all’ovvia splendida fattura della musica…purtroppo quelli schubertiani non si rivelano all’altezza di mantenere vivo un genere che incominciava a essere considerato fuori moda.

Nonostante le opere di Schubert non possano essere considerate parte dei suoi capolavori e oramai siano davvero difficili da trovare nelle stagioni dei grandi teatri, è importante segnalare che alcune delle sue ouverture sono entrate in repertorio, andando ad arricchire incisioni ed esibizioni delle orchestre sinfoniche.


Il Die Zwillingsbrüder (‘I fratelli gemelli’) risale all’inizio 1819, ma vide le scene a metà 1820 nel Teatro di Porta Carinzia di Vienna, teatro che aveva commissionato l’opera a Schubert grazie all’intercessione del baritono Johann Michael Vogl, notissimo cantante dell’epoca che, cosa singolare, interpretò entrambi i gemelli durante il debutto del Die Zwillingsbrüder, con grande stupore dei critici contemporanei e moderni, soprattutto davanti a quelle pagine che prevedono…entrambi i gemelli in scena!

Nonostante questo, la critica accolse estremamente positivamente l’esibizione di Vogl, grande mattatore, ma si divise sulla partitura schubertiana. Molti la considerarono, infatti, troppo seria e composta per le buffe vicende tragicomiche dei due gemelli (tratte forse da alcuni vaudeville e da I due gemelli di Goldoni), mentre altri sottolinearono la grande maestria con cui Schubert gestisce le voci, cosa che non stupisce affatto guardando la splendida produzione vocale del compositore.

Alle orecchie degli ascoltatori moderni, in realtà, la musica di questo Singspiel appare giocosa e leggera, e, forse più che in qualsiasi altra opera schubertiana, con un fortissimo debito proprio alla musica mozartiana e in stile classico in generale.


Come abbiamo visto nell’articolo dedicato al Don Giovanni, il tema del doppio (e perfino quello dei gemelli nello specifico) è un espediente teatrale che certo non è estraneo a Mozart e possiamo perfino intravederne una traccia nell’ouverture dell’opera, che, come scrive Mila, rispecchia il contenuto dell’opera e che, citando Abert, ha “lo scopo di introdurre l’ascoltatore nella sfera dei sentimenti del dramma”, pur rimanendo un brano autonomo. Nonostante Abert ritenga che non si debba semplicisticamente individuare nelle due sezioni dell’ouverture un’immagine di Don Giovanni e del Commendatore, questa interessante coppia che a prima vista sembra essere formata da due figura una tutta la negazione dell’altra, Mila commenta: “resta il fatto che l’Andante in re minore è tutto gravato di un’angoscia di morte, e il Molto Allegro in re Maggiore si configura come il corso lieto e spumeggiante della vita”.


Ma com’è nata quest’ouverture?


Lascio la parola a Costanze, la moglie di Mozart, che, attraverso la biografia mozartiana firmata dal secondo marito, descrive in maniera vivida e spiritosa la sua genesi:

“L'antivigilia della prima (cioè il 27 ottobre), ultimata la prova generale - scrive Costanza - Mozart disse a sua moglie che quella stessa notte avrebbe scritto l'ouverture; preparasse quindi un punch, restando poi accanto a lui per tenerlo sveglio. Costanza per assecondarlo cominciò a rievocare delle fiabe, come la lampada di Aladino, Cenerentola e Ali Babà, il che fece ridere molto il maestro. Ma il punch gli aveva aumentato il sonno ed egli si assopiva appena lei cessava di raccontare, tornando invece alle sue carte quando Costanza riprendeva a parlare. Ad un certo punto, però, visto che il lavoro non procedeva, lei gli disse di fare un sonnellino, promettendogli di svegliarlo dopo un'ora. Senonché Mozart si addormentò così profondamente che Costanza non ebbe il coraggio di chiamarlo prima di due ore. Erano le cinque del mattino e il copista era convocato per le sette. Alle sette l'ouverture era pronta.”

Che Mozart sia un compositore estremamente prolifico è fatto ben noto e che, tra l’altro, non può che tornarci in mente parlando delle sue ultime sinfonie, trio di capolavori di cui fa parte anche la n.40.

Le sinfonie K543, K550 e K551(Jupiter), infatti, furono composte nell’arco di tempo che va dal 26 giugno al 10 agosto del 1788, l’anno dopo della composizione del Don Giovanni.

Queste tre sinfonie rappresentano il testamento spirituale del compositore. Diversissime tra loro e ognuna con un proprio preciso carattere, sembrano quasi voler anticipare uno dei capisaldi della composizione beethoveniana: l’unicità di ogni opera.

La sinfonia 40, insieme alla 25 una delle uniche due sinfonie in tonalità minore dell’intera produzione sinfonica mozartiana, è stata considerata da alcuni critici come il frutto della delusione per l’accoglienza del Don Giovanni a Vienna, a differenza di quanto era accaduto a Praga. La tonalità di sol minore è, infatti, nella produzione mozartiana riservata a momenti di intimità, ad affreschi notturni, a riflessioni interiori, al dibattersi incessante delle passioni umane: a “un’inquieta serenità”, come scrive Marco Spada.

Proprio in questa sua vocazione, la Sinfonia n.40 rivela la propria teatralità, quella teatralità che come abbiamo detto nel ritratto a Mozart delineato all’inizio dell’articolo sul Don Giovanni, il compositore riversa nelle proprie opere strumentali quando non può occuparsi d’opera. Come scrive Mauro Mariani:

“Questa sinfonia è ammantata di colori quasi lividi, percorsa da un'agitazione oscura, angosciata da una tensione senza sbocco, come una tragedia interiore che si svolga sotto la minaccia d'una forza trascendente e fatale. La concezione illuministica del mondo, rischiarata dalla solare luce della ragione, si è incrinata e vediamo qui il volto problematico e ambiguo di Mozart, che lascia intuire mondi misteriosi, inaccessibili e incomprensibili con i mezzi della sola razionalità.”

Non c’è dunque da stupirsi che proprio il Don Giovanni e questa sinfonia, nata pochi mesi dopo, siano forse i brani mozartiani che più ha apprezzato, rivisitato e amato il Romanticismo.

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