Un Concerto dalle gote rosate
- Carlotta Petruccioli

- 14 giu
- Tempo di lettura: 4 min

Se c’è un altro vero e proprio monumento della musica cosiddetta classica occidentale oltre alla Quinta è sicuramente il Concerto per Clarinetto e Orchestra di Mozart.
Scritto a cavallo tra il settembre e l’ottobre del 1791, venne eseguito per la prima volta il 16 ottobre 1791 a Praga, a meno di due mesi dalla morte del giovane compositore (per un approfondimento su Mozart, leggi qui!).
Mozart scoprì i clarinetti, strumenti all’avanguardia per l’epoca, a Londra nel 1765, ma incominciò a dedicarsi più propriamente a questo strumento solamente nell’ultima parte della propria vita.
Questo concerto, come alcune composizioni di musica da camera, fu pensato da Mozart per l’amico massone Anton Stadler, mirabile clarinettista dell’epoca che lo eseguì con un clarinetto di bassetto, strumento che permetteva una maggiore estensione nel registro basso, accentuando le sfumature umbratili di questo concerto.
Lo stile
Come nelle migliori pagine mozartiane, in questo totalmente diverse da quelle beethoveniane che seguiranno il Concerto nell’esecuzione di Omnibus Orchestra, eleganza, espressività e sensibilità per la melodia sono i cardini della composizione. L’attenzione per la più piccola sfumatura timbrica, un minuzioso lavoro sull’emergenza del clarinetto da e con lo sfondo orchestrale, rendono il Concerto un vero capolavoro di equilibrio e bilanciamento. La difficoltà di scrivere (ed eseguire) un concerto in cui lo strumento solista non sia un pianoforte è, relativamente, evidente: mentre il pianoforte nasce e si sviluppa principalmente come strumento a sé stante, la maggior parte degli strumenti, soprattutto i fiati e gli archi gravi, nascono per essere inseriti in orchestra, per fondersi con gli altri. Permettere, dunque, al clarinetto di brillare, senza mai abbandonare lo stile concertistico mozartiano basato sulla complementarietà e non sull’opposizione (beethoveniana invece) tra solista e orchestra, è senz’altro l’ennesima prova della maestria e della sensibilità compositiva di Mozart.
L’opera
La fluidità e il susseguirsi tematico sono, fin dal primo movimento, caratteristica principale di questo Concerto. Il primo movimento sfrutta appieno l’estensione del clarinetto, dando un’idea sinuosa, sensuale e ondivaga del suo incedere, caratteristiche che perfettamente si sposano con l’impatto timbrico dello strumento (non stupisce, infatti, che quest’immaginario accompagni il clarinetto per diversi secoli, basti pensare all’uso del clarinetto nel jazz, ma anche al suo ruolo felino in Pierino e il Lupo di Prokofiev). Sempre perseguendo l’eleganza e l’apparente semplicità, il contrappunto viene qui usato da Mozart non per dare profondità e complessità all’accompagnamento o allo sviluppo, quanto più per accentuarne morbidezza e fluidità, dando la costante impressione che temi e spunti melodici siano già stati ascoltati e noti, anche quando non lo sono, aumentando il senso di rilassamento e agio nello spettatore. È la cifra stilistica dell’ultimo Mozart, in cui tutto si muove secondo un artificio della spontaneità, come se tutto fosse perfettamente logicamente conseguente perché vicino idealmente a una sorgente naturale e spontanea, non perché legato da evidenti nessi formali e quasi architettonici come sarà per Beethoven.
Il secondo movimento, probabilmente il più noto, incarna quella perfetta sacralità laica che spesso ci viene proposta da Mozart (altro splendido esempio è l’Adagio del Concerto per fagotto), in cui il timbro estremamente puro del clarinetto (che ne tradisce la nascita relativamente recente rispetto ad altri strumenti) porta ad una sublimazione della serenità, fino alla sua più intima essenza. Nella parte finale le movimento la liricità lascia spazio a un gioco di pieni e vuoti che sembra voler ricordare la natura fisica della musica, il suo essere materia organica.
Il terzo e ultimo movimento, un Rondò, esplora, infine, le potenzialità scherzose e ammiccanti dello strumento. Come scrive Simone Ciolfi:
“Mozart ama sviluppare, più che frammenti, intere riconoscibili gemme tematiche. Tale materiale, con una maestria che ispirerà Schubert, viaggia nelle distese smisurate della malinconia, oscillando tra modo maggiore e minore, mutando fattezze grazie a un cromatismo che plasma ogni motivo secondario rendendolo carezzevole e convincente. Fra giochi d'eco, imitazioni troncate a favore di morbide discese, intervalli insoliti e ampi del solista, ci si avvia verso l'ultimo episodio che anticipa la ripresa e la chiusura.”
Se, come abbiamo visto, il Concerto presenta alcune caratteristiche della piena maturità mozartiana, senz’altro vediamo tornarne altre della sua giovinezza, come la teatralità e l’invenzione tematica costante, che regalano a una sue delle ultime composizioni complete un fresco rossore giovanile, come ad una fanciulla che abbia giocato a lungo all’aria aperta.
Suggestioni

Abbiamo detto di come, soprattutto, nel secondo movimento, Mozart sottolinei la natura organica, materiale, fisica dello strumento e del suonare. Questa ricerca tornerà, potentemente, nel Novecento, soprattutto nel percorso di Helmut Lachenmann, che tenterà di decostruire gli strumenti e l’orchestra, concentrandosi proprio sulla loro natura fisica e di oggetti, lasciando da parte la tecnica strumentale sedimentatasi nel tempo. Da questo spunto inizierà una lunga costruzione di un repertorio di suoni totalmente nuovi ottenibili dagli strumenti della tradizione musicale (punto di inizio sarà Pression per violoncello), che lo porterà poi a riprendere i grandi brani della letteratura musicale tradizionale confrontandosi con essi in una nuova prospettiva critica, attraverso un gioco sulla memoria musicale collettiva e i topoi della storia della musica occidentale.
E quando, con Accanto, incomincia questa seconda fase della sua ricerca, con quale brano, simbolo dell’intera tradizione, instaura un dialogo? Proprio con il Concerto per Clarinetto di Mozart.




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